Di uova d’oro e finti marmi

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Il mio approccio al mondo della fotografia di cibo è avvenuto attraverso gli occhi e il cuore di una cara amica e brava fotografa, Alessandra Tinozzi.

Ho sempre fatto la spesa e cucinato per il puro sostentamento; fatto salvo per gli anni in cui mi sono eretta a paladina integerrima della cucina macrobiotica, a cui devo la guarigione da un problema di salute e la scoperta di seitan, tofu e alghe e la sperimentazione di ingredienti mai-più-senza come il miso di riso o l’acidulato di umeboshi, le mie ricette non si sono mai allontanate molto da pasta con le verdure e verdure e basta. Non mangio carne da quando ho memoria, nonostante le nonne cercassero di conquistarmi a suon di finanziera e bollito alla piemontese e mia madre, che mi conosce meglio di chiunque altro, nascondesse il demonio in trionfi di salse colorate. L’esuberanza delle forme delle creste di gallo facilmente smascherabili in mezzo alle viscere di animali altri e ignoti e perciò ancora più terrificanti, la tenerezza delle lingue che mi veniva da piangere a pensare che anche io avevo una lingua (ma senti come si taglia bene con la forchetta) e del petto di pollo che questo lo mangiano tutti i bambini,  hanno sortito in me l’effetto contrario a quello sperato.

Questo lungo e macabro preambolo per dire che sì, anche a me piace mangiare, amo la buona cucina e la convivialità di un pasto condiviso in un luogo piacevole, ma non mi sono mai soffermata granché sul chilometro zero, sul coltello giusto, sul diametro della padella e sui tempi di cottura. Figuriamoci sulla presentazione estetica.

Poi è arrivato “il tempo delle uova d’oro” di Ivan Milani. Alessandra, che fotografa food e chef da molti anni, mi ha raccontato la storia del piatto che le ha dedicato suo marito e ha fatto innamorare anche me. Esiste un tempo, effettivamente, dove non solo le cose si trasformano e maturano, ma si ha la netta percezione che questo formidabile cambiamento agìto nel corso degli anni e sostenuto da amore puro e dedizione alle proprie passioni stia accadendo realmente. Esiste la possibilità che in un tempo preciso, quello in cui si è pronti, quello dell’intuizione del cambiamento, le vite delle persone si incontrino e producano uova d’oro per sé e per altre vite.

Quando Alessandra mi ha coinvolta nel progetto fotografico dei piatti del menù di Piano35, esattamente un anno fa, la consapevolezza di una trasformazione in atto era chiara e aveva il colore dell’oro anche per me.

Così mi sono cimentata, per la prima volta, nella realizzazione di fondali fotografici su cui immortalare i piatti di Ivan. Ho pensato, per la prima volta, a quanto fosse importante il tempo dedicato alla preparazione del cibo, per sé e per le persone che lo condividono quotidianamente o in occasioni speciali, a quante storie anonime o memorabili si portino dietro le ricette di pietanze che non si cucinano più o che sono state tramandate nel corso degli anni, dei secoli. Da questa riflessione è nata l’idea di scattare le immagini fotografiche su finti marmi che avrei realizzato a mano sulla base di una approfondita conoscenza dei materiali accumulata nei cantieri di restauro: il cibo doveva essere il fil rouge che unisce la storia e l’architettura della Torino barocca a un presente “futurista” ben rappresentato dal grattacielo di Renzo Piano.

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Durante la progettazione dei set fotografici, Alessandra ha ritenuto importante inserire nelle immagini il calore di una presenza, rintracciabile in una mano nell’atto di impugnare una posata o in un oggetto vicino al piatto, a raccontare una storia vera in cui immedesimarsi e ad avvicinare lo spettatore al cibo nella sua connotazione umana, dalla terra di origine a chi lo cucina, a chi lo porta in tavola, a chi lo consuma.

Inutile dire quanto mi sia divertita a dipingere finti marmi su tavole di legno assemblate ad hoc delle dimensioni di un metro per un metro e mezzo, quanto abbia imparato da Alessandra e quanto mi sia appassionata alla fotografia di cibo, quanto mi sia sacrificata con gioia ad assaggiare i piatti di Ivan (quelli senza carne, touché) dopo gli scatti.

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P.S: Ironia della sorte dettata da una imprescindibile scelta cromatica in linea con il contenuto del piatto, seduti in mezzo a un prato di montagna nella foto immortalata vicino al “piccione e foie gras al profumo di agrumi” ci siamo io e mio fratello in tenera età; lui, però, la carne la mangia.

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